domenica 25 novembre 2012

Fuga

Mi guardo indietro. Indietro di dieci anni. Era la fine di novembre o al massimo (se sbaglio) l'inizio di dicembre. Era un pomeriggio freddo, l'inverno da poco cominciato. Uscii di casa per non farvi più ritorno. Quelle erano le mie reali intenzioni. Scappare da casa non fu una decisione del momento ma il frutto di giorni e giorni di riflessione. Non riuscivo a comunicare neppure a mia madre quello che avevo in mente, le mie preoccupazioni, le mie aspirazioni, le mie incertezze. Ero stufo di quell'ambiente del cazzo che era la scuola in cui papà mi aveva voluto mandare a tutti i costi. Un posto in cui mi sentivo solo. Incompreso. Umiliato. Ero reduce dalla guarigione di quella malattia che mi aveva rovinato alcuni dei mesi che dovevano essere i più dolci della vita di un bambino che non era più tale ma ancora non poteva essere definito adolescente. Avevo paura di ricadere in quel vortice che è la depressione. Eppure forse ci stavo dentro ancora. Questo a distanza di anni non posso dirlo con assoluta certezza, perché il casino nella mia testa all'epoca era molto.

Fatto sta che quella sera scrissi una lettera per mia madre e me ne andai. Cosa scrissi esattamente non lo so ma più o meno le stesse cose che di solito scrive chi si vuole uccidere o, appunto, vuole sparire. Io pensavo veramente di andare via il più lontano possibile e non avevo intenzione di essere accudito da qualcuno. Volevo farla finita ma non avevo il "coraggio" per farlo senza soffrire. Mi portai una mela e una bottiglia d'acqua da mezzo litro. Ma non avrei avuto sete, per niente. La sfortuna o fortuna, fate voi, fu che quella sera iniziò a nevicare proprio mentre ero rifugiato in una pineta. Pensavo che sarei finito sul tg regionale e immaginavo il titolo "giovane fugge nel bosco" e magari qualche sottotitolo con le parole "disperato" oppure "gesto inconsulto". Non fui un genio nel portare con me il cellulare. Mi ricordo che provò a contattarmi F. ovvero il mio migliore amico d'infanzia. Ripensando a quel suo gesto, mi dispiace che poi le nostre strade si siano separate (per una serie di motivi che non sto qui a elencare). Il nostro rapporto ora è limitato ai convenevoli. Se volete fuggire non fatelo con un apparecchio elettronico!

La mia fuga ovviamente durò poco e il mio piano che non era un piano, andò a farsi benedire. La sera fui interrogato dal maresciallo. A casa. Domande di rito. Mi guardava come se fossi uno appena evaso dal carcere di massima sicurezza. Da quel giorno i carabinieri e gli sbirri in toto, mi stanno sui coglioni.
Oggi penso a quell'esperienza e non so cosa ho imparato davvero. Non so se ho imparato né se ci fosse qualcosa da imparare.

4 commenti:

  1. magari hai imparato a come scrivere meglio un biglietto d'addio..... lo so non è un commento serio ;)

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  2. La ribellione, anche sotto forma di fuga di poche ore, é segno di reazione. Quando ci si abbandona ad una realtà che non ci piace, quando ci si lascia schiacciare dalle scelte degli altri, i danni sono sicuramente peggiori. I titoli del tg li ho immaginati anche io anni fa. E ogni tanto li immagino ance ora perché non sono a posto con la testa. Ciao

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  3. e vabbè, daje nun ce penza più,
    armeno poi sempre dì che ci hai provato

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  4. kermitilrospo: ogni volta è diverso, come quando sei davanti a una bella donna e pensi "stavolta so cosa dire" salvo renderti conto che farai scena muta

    Sara: ho reagito e ora sono qui, però qualche volta mi chiedo cosa sarebbe successo se non avessi reagito

    fracatz: tentar non nuoce eh?

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