lunedì 19 gennaio 2015

L' animale che non vorrei essere qualora dovessi reincarnarmi: l'agnello

Io credo che vi sarà capitato che almeno una volta nella vita qualcuno vi abbia chiesto: se tu dovessi rinascere chi vorresti essere o quale animale vorresti essere? Perché c'è chi ci crede e non devi essere per forza induista. Io penso che come ci spiegano gli scienziati siamo fatti di molecole, per cui quando moriamo può darsi che qualcosa vada in cielo ma non perché c'è un essere divino che piglia tutto quello che trova. Le molecole vanno "dove capita" e quindi potremmo diventare un albero, un fungo, un animale oppure non lo so. Anche un virus? Beh inutile farsi le pippe mentali su questo. Io non so quale animale vorrei essere ma so, ad esempio, quale non vorrei essere. Non vorrei rinascere agnello. Non ho nulla contro gli ovini ma se nasci agnello rischi di vivere meno di un bruco! Gli agnelli sono stati sempre vittime sacrificali, praticamente di qualsiasi culto da quelli pagani alle religioni monoteiste. Li uccidevano i popoli nordici per gli dei norreni, gli antichi greci per gli dei dell' olimpo. E oggi gli agnelli sono sempre vittime da sacrificare in nome di un dio. La religione cristiana "agnello di dio che togli i peccati del mondo" dove l'agnello rappresenta Gesù che si è sacrificato per gli uomini. Quindi non parlate agli agnelli di pasqua, natale e ferragosto. E tra l'altro posso capire la pasqua perché gesù è risorto ma il natale e il 15 agosto che c'azzeccano? L'agnello nelle sacre scritture fa sempre una brutta fine. Il sacrificio imposto da dio ad Abramo (che invece di uccidere il figlio ammazza un agnello) è comune alle  tre religioni monoteistiche. La pasqua cristiana trae origine da quella ebraica e poi viene la "festa del sacrificio" islamica (anche se lì l'agnello non ha l'esclusiva. Ovviamente anche oggi non mancano i riti pagani in cui i piccoli ovini fanno una brutta fine. Nascere agnelli non conviene a meno di chiamarsi Agnelli...

mercoledì 14 gennaio 2015

Tremila modi di divertirci stanotte

Manuel Moncayo
Il suo sguardo è un po’ vago, un po’ assente, però è chiaro che cerca te. Quindi tu sei lì, interpellato da quegli occhi, mentre i tuoi partecipano alla scena. Della strada non conosci né l’origine né il punto finale: è puro camminare, divenire, percorso. Quel tratto di lingua d’asfalto — la civiltà deve pur trovarsi da qualche parte e si manifesta sotto forma di bitume — è anche l’unico elemento orizzontale della composizione. Tutto il resto è drammatica verticalità ed è per questo che adesso i tuoi occhi percorrono lo spazio freneticamente dall’alto al basso. Perché quel corpo è alto, ma vertiginosa, incombente e avvolgente è la foresta attorno, con la potenza dei suoi alberi, che ridimensionano ed equilibrano la forza dell’uomo che adesso osservi con nuovo interesse.
La prendi con calma. Assapori. Il tuo sguardo è cambiato, ora. Non t’interessa ciò che sei stato né ciò che sarai, perché contano solo il presente e il tuo essere del tutto unico. Hai gettato le maschere che ti proteggevano da quello sguardo, hai messo a letto l’educazione ricevuta, hai dato le spalle alla cultura di cui ti hanno così pervicacemente imbevuto. E hai fatto bene, perché adesso che le condizioni sono cambiate, lui ti ha riconosciuto. È saldo con i suoi piedi piantati su quella strada come forti devono essere le radici delle piante sullo sfondo. Il suo corpo è bellezza pura: l’avresti mai detto, prima? Vedi le sue gambe slanciate? E il suo sesso, esposto senza difesa? Per arrivare alla curva delle sue spalle devi osservare le braccia, che intuisci forti anche se non sono eccessivamente muscolose. E il petto e il ventre, senza sbavature. Vedendo il volto semplice e imperfetto di questo ragazzo, pensi che quando un altro maschio ti dirà che il corpo di un uomo non può essere bello, riderai.
I colori sono vivi al tramonto, la luce viene da dietro, da lontano, bassa. Tu e questo ragazzo rimanete lì, la forza che vi trattiene impedisce il movimento. La bellezza racchiude l’attimo infinito.

L’autore di questa foto si chiama Manuel Moncayo. Io non lo conosco, sono capitato sul suo blog per puro caso e ho trovato il suo lavoro terribilmente affascinante, conturbante e universale. Di sé stesso dice: “Sono nato in Messico nel 1989 e adesso vivo e lavoro a Berlino. Faccio foto senza una storia di base precisa, ma ispirate alla vita di ogni giorno. I soggetti che m’interessano sono i ragazzi, la natura e le cose che puntano verso il cielo”.